martedì 10 ottobre 2017

Natalia Ginzburg, tra immaginazione e realtà, parola e memoria

Pochi giorni fa è ricorso l’anniversario della morte di Natalia Ginzburg (Palermo, 14 luglio 1916 – Roma, 7 ottobre 1991), scrittrice che ha lasciato in eredità ai suoi lettori non solo meravigliosi romanzi, ma anche acute - talvolta insuperate - riflessioni su temi di varia natura. Pubblichiamo un prezioso contributo di due giovani studiose che analizza il tema del rapporto tra immaginazione, realtà, parola e memoria attraverso una lettura incrociata di Lessico famigliare e Vita immaginaria.

Natalia Ginzburg. Immaginazione e realtà, memoria e parola tra Vita immaginaria e Lessico famigliare
«Da bambini e da giovani» – esordisce Natalia Ginzburg nel saggio del 1974 Vita immaginaria contenuto nell’omonima raccolta – «essere soli e in ozio significava per noi costruire immediatamente luoghi immaginari, e vicende e storie, di cui eravamo i protagonisti. Luoghi e storie, li riempivamo di persone, alcune inventate, altre scelte nella nostra vita reale».
È una Natalia adulta e disincantata quella che qui rievoca una precisa e fondamentale dimensione dell’infanzia: la vita immaginaria, lo spazio intimo e solitario della Natalia bambina.
Nel saggio Vita immaginaria è tematizzato espressamente il profondo intreccio che si dà fra mondo immaginario, infanzia, pratica della memoria e vita reale, elementi tutti che caratterizzano anche Lessico famigliare, scritto circa 10 anni prima. Un intreccio che costituisce non solo l’oggetto di riflessione, ma anche la peculiare struttura formale dell’autobiografia ginzburghiana, quel flusso ininterrotto della coscienza racchiuso – ci dice Cesare Garboli – in libri impalpabili quanto alla struttura, e piuttosto scritti dal vento. Scrive Garboli a proposito della tangenza fra vita immaginaria, ricordo e vita reale:
Il racconto della Ginzburg non nasce dal gusto o dalla gioia del ricordare. Nasce dalla precisione dei sentimenti infantili quando essi siano stati capaci di cogliere, con tutta incoscienza, con assoluta disinvoltura, sotto la buccia della realtà, la realtà, e adesso chiedano con veemenza ad una mente adulta la grazia di essere riconosciuti per essenziali… Le piacciono, alla Ginzburg, non le menzogne dell’infanzia, ma le verità degli adulti. Le piace la vita degli adulti, ma così come essa potrebbe apparire a uno sguardo supremo, ipotetico, simile ad uno smisurato occhio infantile.
L’irrinunciabile incontro tra infanzia e maturità, fantasia e realtà rappresenta il cuore tanto di Vita immaginaria quanto del secondo testo su cui ci soffermeremo, testo del ’63, cioè Lessico famigliare, romanzo di memorie o meglio – ci dice la Ginzburg – “storia della mia famiglia”, della famiglia ebraica e antifascista dei Levi a Torino, tra gli anni Trenta e Cinquanta.
Natalia Ginzburg definisce espressamente Lessico famigliare «romanzo di pura, nuda, scoperta e dichiarata memoria». Un libro che non sa se sia il migliore fra quelli che ha composto, ma che certo scaturisce da un’esigenza potentissima: «è il solo libro che io abbia scritto in stato di assoluta libertà». Il tentativo dell’autrice è quello di dischiudere le proprie memorie lasciando che si ripresentino senza filtri e censure. Di qui la scelta tecnica (come segnala Cesare Segre nella sua introduzione al romanzo) di tenere i ricordi narrati allo stadio di elaborazione proprio della bambina, e poi ragazza, che le cose vide o vi partecipò, di reprimere le considerazioni che sarebbero consentite dalla sua maturità di scrittrice e di affidare tutto alla maestria dello stile e al gioco degli accostamenti. E questo si riflette tanto nella freschezza dell’evocazione - Segre parla di tono fiabesco del racconto - quanto nella sintassi semplice, nella brevità delle frasi e nello specifico uso dei tempi verbali. Lessico famigliare è infatti davvero dominato dall’imperfetto, tempo fiabesco per eccellenza, che segna il periodico, ripetitivo ritorno del passato come “c’era una volta” indefinito. Come sottolinea in un articolo sulla Ginzburg Luigi Fontanella, l’imperfetto è infatti lo stesso tempo puramente immaginativo che usano i bambini nei loro giochi, «nell’ambito cioè di un presente figurato in cui l’azione sia però trasposta in una sorta di passato già codificabile e abitudinario, tramite la finzione della rappresentazione». La proprietà fondamentale dell’imperfetto – scrive a sua volta Segre – è il suo valore frequentativo, cioè l’imperfetto «moltiplica l’azione del verbo citato in una serie implicita di repliche». Non è un caso che la Ginzburg dedichi un intero articolo – raccolto sempre in Vita immaginaria – al Sillabario n.1 di Goffredo Parise, traendone spunto per riflettere sulle peculiarità dei tempi verbali ed elogiare proprio le potenzialità narrative dell’imperfetto:
Ciò che più mi aveva scosso nei racconti di Parise – afferma Natalia Ginzburg – erano i tempi verbali. Non capivo bene cosa ci fosse, nei tempi dei suoi verbi, di così importante e struggente per me.[…] Avevo la sensazione che il suo imperfetto fosse di una qualità nuova, sottile e particolare, che fosse un imperfetto rapido, triste e fuggevole, e che stesse al fondo dei suoi racconti come riflettendovi il corso fuggevole della vita.
Connesso all’usualità, alla dimensione abitudinaria ed evocativa dell’imperfetto, è il modo in cui Natalia Ginzburg delinea i propri personaggi. Le figure appaiono sulla pagina come vere e proprie fotografie, con tratti che Segre definisce marionettistici, cioè fortemente caratterizzanti. Ogni individuo viene tipologizzato, associato ad una particolare immagine, e soprattutto ha fra gli attributi personali, scrive Segre, anche «qualche frase o PAROLA caratterizzante che i membri della famiglia gli hanno appiccicato». Abbiamo a che fare con “epiteti epici”. I più riconoscibili in questo senso risultano certamente ad esempio il prof. Giuseppe Levi (padre di Natalia) e la signora Lidia (sua madre), entrambi soliti cospargere i loro discorsi con parole ed espressioni in dialetto rispettivamente triestino (sempio, sgarabazzi, sbrodeghezzi) e milanese (spussa, baslettona). «Il lessico o la fraseologia fungono - sempre secondo Segre - da richiami a persone ed episodi; sono degli operatori mnestici». Di qui il titolo del libro: lessico famigliare, perché è il lessico, cioè la trama narrativa e dialogica attraverso la quale si snoda la storia della famiglia Levi, a costituire l’oggetto vivo e parlante del romanzo. La parola-immagine, miniatura, emblema, simbolo dell’infanzia, è in fondo la protagonista principale del testo e, allo stesso tempo, lo strumento di cui la Ginzburg si serve per destreggiarsi nell’incontenibile folla di ricordi, per fissare sulla pagina volti e voci, tradurre in scrittura la dimensione sfuggente dell’oralità. Leggiamo in proposito un brano davvero esplicativo tratto da Lessico famigliare (pp. 19-20):
Mia madre invece si rallegrava raccontando storie, perché amava il piacere di raccontare. Cominciava a raccontare a tavola, rivolgendosi a uno di noi: e sia che raccontasse della famiglia di mio padre, sia che raccontasse della sua, si animava di gioia, ed era sempre come se raccontasse quella storia per la prima volta, a orecchie che non ne sapevano nulla. “Avevo uno zio” cominciava “che lo chiamavano il Barbison”. E se uno allora diceva: “Questa storia la so! L’ho già sentita tante volte! – lei allora si rivolgeva a un altro, e sottovoce continuava a raccontare. “Quante volte l’ho sentita questa storia!” tuonava mio padre, cogliendone al passaggio qualche parola. Mia madre, sottovoce raccontava…
Il Demente nella sua clinica aveva un matto, che credeva di essere Dio. Il Demente ogni mattina gli diceva: “Buongiorno, egregio signor Lipmann!” e allora il matto rispondeva: “Egregio forse sì, Lipmann probabilmente no!” perché lui credeva d’essere Dio.
E c’era poi la famosa frase d’un direttore d’orchestra, conoscente del Silvio, che trovandosi a Bergamo per una tournée, aveva detto ai cantanti distratti o indisciplinati: ”Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna”, bensì per dirigere la Carmen, capolavoro di Bizet.
Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una Parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità famigliare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà “Egregio signor Lipmann” e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte!”.
Certamente non vi è critico migliore, e più autorevole in contesto fiabesco, di Italo Calvino - che ha dedicato a Lessico famigliare un meraviglioso risvolto editoriale apparso anonimo nel ’63 – che commenta perfettamente questa pagina. Scriveva Calvino:
Una famiglia è anche – forse soprattutto – fatta di voci che si intrecciano attraverso la tavola a pranzo e a cena, di rimbrotti, di scherzi, di battute slegate, di frasi che si ripetono a ogni data occasione; è un linguaggio comprensibile solo a chi lo pratica, una rete di ricordi e richiami. Natalia Ginzburg, partita per rievocare il LESSICO della sua famiglia, gli intercalari dei suoi genitori e dei suoi fratelli, si è accorta presto che ciò che stava inseguendo era il quid misterioso che caratterizza e lega appunto questa entità che chiamiamo FAMIGLIA, il senso e il ritmo che ci accompagna nelle nostre vite anche quando ci siamo staccati dal tetto e dal desco della nostra fanciullezza.
Infatti l’importanza, il potere di quelle parole e frasi fisse che identificano i personaggi è tale che per qualche conoscente costituisce – ci dice ancora Segre – quasi una menomazione non essere collegabile a una parola o a una frase. Ad esempio, a proposito di Turati, ospite un giorno della famiglia, Natalia non può che scrivere delusa: «Non so ricordare una sola parola che disse quel giorno, nel nostro salotto: ricordo un gran vociare e un gran discutere, e basta». Al contrario, sono proprio le figure più immaginifiche e tipizzate a risultare significative e indimenticabili: come Adriano Olivetti “randagio”, “che si muove con passo strascicato e solitario d’un vagabondo”, o l’amica Lola quasi animalizzata, col suo “profilo aquilino”, in un uccello.
Alle minuziose descrizioni dei personaggi corrispondono d’altra parte due tipi di esclusioni, che la Ginzburg stessa definisce “sottrazioni”. La prima, di Natalia stessa, precisa narratrice che però non si racconta mai. Una seconda esclusione operata invece su tutti i personaggi, a proposito della quale Magrini parla di “oltranza di riserbo”, e che può essere ricondotta non soltanto alla volontà di far parlare i protagonisti tramite i loro stessi comportamenti, senza commentarli, ma anche all’esplicito rifiuto del dolore. E infatti sono proprio la capacità di soffrire senza lamentarsi, l’atteggiamento disincantato e l’ironia che più si addicono alla personalità dei Levi, che Natalia desidera fedelmente riprodurre. Scrive in proposito sempre Calvino:
Miracolo del libro, passioni e persecuzioni e sangue e tragedie non riescono ad incrinare la calda serenità della pagina; mai una parola d’avversione viene pronunciata; eppure nulla viene ingentilito o addolcito; amore e dolore non potrebbero essere espressi meglio che dal riserbo che li tace.
Analogo riserbo cala sulla Storia, che rimane soltanto indefinito scenario della narrazione. Certo, la voce ingenua della Natalia bambina lascia intravedere quali siano i drammatici eventi che accompagnano le vicissitudini dei personaggi – l’affermazione e il consolidamento del fascismo, lo sviluppo dell’opposizione, la Resistenza, l’anti-semitismo -, e tuttavia la comicità e la leggerezza si estendono dalle pagine dell’infanzia a quelle più tragiche, quando – nota la Ginzburg – le parole “cospiratore” e “cospirazione” si fanno sempre più quotidiane, finché persino il termine “compromettente” entra nel lessico famigliare.
Fondamentale esempio di rimozione è quella che sempre Garboli definisce la rimozione ebraica, o l’ebraismo in sordina di Lessico famigliare. Più volte Natalia Ginzburg ha detto che essere ebrei significa avere un’invisibile virgola nel sangue, cosa vissuta e saputa che non ha bisogno di essere anche conosciuta e documentata, cioè appoggiata a una tradizione. La diversità ebraica non pesa cioè sulla caratterizzazione dei Levi ed è confinata volutamente in secondo piano. I critici hanno messo infatti in evidenza che l’ebraismo viene introdotto ad apertura di Lessico famigliare in termini per così dire “invertiti”, col ritratto amabilmente feroce – scriveva sempre Garboli – della nonna paterna «che provava, per quelli che non erano ebrei, come lei, un ribrezzo, come per i gatti», dove il senso della persecuzione è apertamente ribaltato ed è proprio il soggetto ebraico ad essere presentato come intollerante. È interessante vedere - in proposito - come il tema dell’ebraismo emerga, con sfumature molto profonde, anche altrove, come ad esempio nel saggio di Vita immaginaria, Gli ebrei. Qui Natalia ricorda di essere ebrea solo per parte di padre, e tuttavia d’aver sempre avvertito la propria parte ebraica come la più pesante ed ingombrante, una parte di sé che si manifesta nei suoi gesti e pensieri anche contro la sua volontà cosciente. La doppia identità di Natalia - ebrea e borghese, nonché comunista e animata da un profondo spirito di riconciliazione universale – non cessa mai di essere, per lei, un elemento problematico.

Silvia Ippolito e Marlisa Spiti

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