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venerdì 27 ottobre 2017

Le fiabe (di Andersen) con gli occhi di Gianni Rodari (SECONDA PARTE)

Nel 1970 Gianni Rodari scrisse, per la raccolta delle Fiabe di Andersen pubblicata da Einaudi, un’Introduzione (ancora contenuta nella raccolta disponibile in commericio). Nella prima parte del post abbiamo ricostruito l'interpretazione dell'opera di Andersen che questa Introduzione propone. Al contempo, dicevamo, Rodari condensa in questo testo alcune importanti riflessioni sulla fiaba, sul suo ruolo educativo e sulla sua attualità. Le questioni messe a fuoco da Rodari sono forse utili anche a chi, oggi, propone, o non propone, la lettura di fiabe (quelle di Andersen, o altre) a bambini e bambine.

2. Rodari e l'attualità della fiaba
A partire dalle specifiche considerazioni sull'opera di Andersen, Rodari si sposta, nelle ultime battute del suo saggio introduttivo, a descivere alcune caratteristiche della fiaba tout court:
A che cosa servono le fiabe? Se dovessero servire a ispirare buoni sentimenti, come forse anche Andersen credeva, morirebbero a ogni generazione, ogni volta che la gente si fa un'idea diversa di quelli che sono i «buoni sentimenti». Secondo noi le fiabe servono sopratutto alla formazione della mente: di una mente aperta in tutte le direzioni del possibile. Toccano, nel bambino, la molla dell'immaginazione: una molla essenziale alla sua formazione di uomo completo.
Queste riflessioni anticipano dei passaggi saranno strutturali nella Grammatica della fantasia (1973), e lasciano emergere l'"ideologia" di Rodari stesso. Sarebbe superficiale, dopo aver mostrato quanto sottilmente Rodari legga Andersen, descrivere Rodari in modo semplicistico come "marxista". (Siamo nel 1970, in Italia: "marxista" è tutt'altro che qualcosa di univoco.)
Le fiabe non servono ad allevare esecutori diligenti e limitati, consumatori docili e fiduciosi, subalterni soddisfatti ed efficienti, insomma uomini che servono a un mondo che abbia il mito della produttività. In questo senso le fiabe sono altamente improduttive, come la poesia, l'arte e la musica.
Il passaggio non va sottovalutato. Rodari equipara la fiaba alla poesia, all'arte, alla musica. Come se la fiaba fosse qualcosa di primario, un campo a se stante, uno dei modi semplici di comunicare dell'essere umano. Qui la dottrina marxista di Rodari si è decisamente aperta a istanze prospettiche nuove e traccia una separazione netta con la linea dettata dal PC italiano e dai suoi "intellettuali organici", imbrigliati in un'asfissiante contrapposizione tra "razionale" e "irrazionale" e nel sistematico e acritico sconfessare l'irrazionale in nome di una presunta autosufficiente razionalità. Le riflessioni di Rodari hanno invece assimilato - emergerà in vari scritti - le riflessioni gramsciane sulla cultura popolare e subalterna, la lezione di Calvino sulle fiabe, quella di Propp (sia in quanto formalista che in quanto storico e antropologo), e paiono addirittura precorrere (o aver rielaborato) i principi poranti della Struttura delle Rivoluzioni scientifiche di Kuhn (1962; prima traduzione italiana: 1979), arrivando - come altri nello stesso frangente di tempo stavano facendo - a rivisitare con occhi nuovi quel nodo di questioni antropologiche, letterarie, storiche e pedagogiche dischiuso dalla riflessione sull'attualità delle fiabe e sulla loro funzione educativa. E questo attraverso una sua originalissima via, ovvero coniugando lo studio del folklore fiabesco con il mestiere di narratore per l'infanzia. A molti suoi scritti, infatti, Rodari affida i "diari" del suo faticoso e continuo tentativo di assumere un ruolo "organico" al mondo dell'infanzia*. (Questo comporta per Rodari - ma non affrontiamo il tema qui - una rielaborazione della nozione gramsciana di intellettuale organico e, insieme, una netta riproposizione del tema dell'infanzia e della sua rappresentazione.)
Ma l'uomo deve anche poter immaginare un mondo diverso e migliore, vivere per crearlo. Perciò alla sua educazione sono essenziali le fiabe. Non il loro contenuto immediato, non l'ideologia di cui possono essere portatrici: ma il loro modo di affrontare la realtà con occhio spergiudicato, di inventare punti di vista per osservarla, di vedere l'invisibile, come lo scienziato «vede» le onde elettromagnetiche dove nessuno aveva mai visto nulla; insomma, proprio come Andersen «vede» un'intera storia sulla punta di un ago da rammendo.
Uno dei motivi per cui questo saggio è interessante è che Rodari non sganciò mai le considerazioni che faceva come lettore, scrittore, educatore e teorico della pedagogia, dal campo - al contempo di applicazione e di analisi - delle sue riflessioni stesse. Ovvero la formulazione teorica avviene in un costante scambio con il lavoro di raccolta di dati e di verifica empirica circa i bisogni dei bambini e le loro interazioni con ciò che li circonda. Per questo nei suoi scritti Rodari sposta spesso il fuoco dal Rodari lettore (e critico letterario) al Rodari "educatore" e "teorico" della pedagogia. E infatti anche la questione della fiaba viene affrontata da Rodari da un punto di vista davvero originale, ovvero la fiaba non solo come prodotto letterario, ma come pratica.

Leggere una fiaba non è un’operazione neutra, dirà Rodari nella Grammatica della Fantasia. Una fiaba si può ascoltare. Si può ascoltare una fiaba letta o si può ascoltare una fiaba raccontata. Ed è questo aspetto che è importante rivisitare oggi. La fruizione fiabesca, oggi, può infatti considerarsi frammentata e ricomposta su diversi supporti, secondo diverse modalità, secondo diversi rapporti di fedeltà e debito con la fiaba popolare o letteraria. Leggere una fiaba in un modo o in un altro, in un contesto o in un altro, può voler dire offrire o meno, ad esempio, la possibilità di far cogliere il ruolo e le caratteristiche dei vari personaggi di una fiaba e, soprattutto quando parliamo di bambini non ancora in possesso di una capacità di lettura alfabetica, la mediazione è un aspetto che non può esser trascurato. Qui è importante sottolineare che non padroneggiare capacità decodificatorie alfabetiche non esclude il possesso di capacità di lettura in senso più ampio, di  leggere significati e immagini visive o uditive, oltre che poetiche.

Le figure retoriche, i rovesciamenti logici, l'ironia: cogliere e giocare con questi elementi del fiabesco vuol dire possedere strumenti culturali ben più articolati di una decodificazione alfabetica che pure, nella divisione tra adulti e infanzia sembra essere tanto rilevante.

Quando la fiaba viene letta o raccontata da un adulto/lettore o narratore consapevole del proprio ruolo "di confine" tra il mondo adulto e quello dell'infanzia, la fiaba può essere un medium interessante, per invitare l’ascoltatore in modo diretto o anche solo lavorando con il tono della voce, le pause, la musicalità, le espressioni, la gestualità a non "subire" la narrazione, a non esserne spettatore nel senso diciamo più corrente, dello show, che va avanti nonostante qualsiasi cosa accada. Ma a giudicare, a stimolare "quell’astuzia bambina" di cui Rodari parlava in proposito di Andersen, a farsi una propria idea, a criticare e, anche, a ipotizzare modifiche. Quindi una fiaba, se è una vera fiaba, ha molti livelli di lettura e l’intrinseca dialetticità di ciò che lascia libero spazio all’interpretazione e all’adesione o meno di coloro a cui si rivolge.

In diverse occasioni - come nella La Grammatica della Fantasia, resoconto di una riflessione collettiva e condivisa con educatori e insegnanti svoltasi negli anni precedenti - Gianni Rodari si è occupato dell’attualità delle fiabe, sia per i bambini che le ascoltano, sia per il narratore di oggi che propone nuove narrazioni per l’infanzia. Infatti, le sue stesse narrazioni (racconti, storie, favole, romanzi) sono in dialogo, in vari modi, non solo dal punto di vista tematico, con il mondo fiabesco. Come emerge dalla Grammatica, il punto di dischiusura, la materia narrativa prima dell’esercizio di fantasia è per Rodari la fiaba.

In questo senso possiamo anche ricomprendere la famosissima opera di Rodari - qui in veste di scrittore - intitolata Favole al telefono, scritta nel 1962 e che già nel titolo ha un richiamo a uno dei vari binomi che attraversano la poetica di Rodari: un elemento tradizionale, quello della pratica narrativa ("favole") e uno aperto sulle innovazioni e i ritrovati tecnologici ("al telefono") che, senza apocalitticismi o prese di posizione astratte, sono per Rodari elementi da sondare, capire, usare come campo di applicazione della fantasia e delle possibilità immaginative e narrative. E che, al di là del loro coinvolgimento poetico, sono oggetto della riflessione di Rodari in quanto linguaggi: ad esempio televisione ed elettrodomestici, dirà Rodari nel saggio Viaggio intorno a casa mia (1970), parlano con i bambini al di là delle intenzioni dell’adulto, non li si può ignorare: occorre piuttosto "inventare" modi per decifrarli. 

Ci sono altri due testi importanti, che anticipano la Grammatica della Fantasia, in cui Rodari si sofferma su questi temi: la Difesa del gatto con gli stivali (1971) e Pro e contro la fiaba (1970)**. In questo secondo scritto, Rodari fa riferimento a Propp e spazia tra i vari livelli di lettura della fiaba. Elenca poi 6 (possibili) obiezioni "contro" la fiaba, prendendole molto sul serio. Rodari interveniva così nel dibattito circa la fiaba che attraversava il suo tempo e constatava: i bambini di oggi - siamo all'inizio degli anni ‘70 - amano le fiabe. E fissa due riflessioni.

1) Non esiste un ascoltatore uguale a un altro o una situazione di ascolto uguale a un'altra, quindi ogni riflessione teorica al riguardo deve esser messa alla prova dei fatti ed è sull’ascoltatore e sull’ascolto come attività che Rodari mette l’accento. Da questo punto di vista è necessario, per Rodari, aver chiaro che il bambino e la bambina devono essere il fine e non i consumatori o gli educandi in funzione di un obiettivo che li trascende e dunque sarà necessario proporre loro la lettura come a individui attivi e appassionati. Inevitabilmente, allora il calibro continuo della proposta sarà un compito faticosissimo nella relazione adulti-infanzia.
2) Dall’altro lato, e conseguentemente, Rodari propone una messa in crisi delle formule e dei dogmatismi in campo educativo tout court. Ad esempio sconfiggere l’idea che ci siano cose che vadano bene per i bambini sempre: Rodari è uno strenuo critico del meccanismo del “quando ero piccolo io...” e insiste nel dire che il ricordo o le ipotesi teoriche non bastano, e occorre invece la costante, aggiornata verifica, perché il mondo di oggi parla ai bambini in modo concreto e incarnato nella contemporaneità.

Possiamo dire che questo approccio di Rodari non ci appartiene più, che si basa su premesse nelle quali non ci riconosciamo, o che reputiamo superate, o addirittura esse stesse frutto della brulicante fantasia di Rodari. Oppure possiamo tornare a porci le sue domande e accogliere il suo invito a cercare prospettive per osservare la realtà, criticarla e casomai anche cambiarla, anzichè subirla noi per primi e narrarla come qualcosa di prevedibile e immutabile all'infanzia.

Cora Presezzi
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* Si tratta dello stesso metodo con cui venivano allora strutturandosi il Movimento di Cooperazione Educativa (MCE) e gli studi di Mario Lodi, che con Rodari intrattenne un continuo e proficuo scambio.

** Entrambi contenuti nella raccolta: Gianni Rodari, A scuola di fantasia, a cura di C. De Luca, Introduzione di M. Lodi, Einaudi 2014.

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