domenica 28 gennaio 2018

Due chiacchiere con Fabian Negrin

Fabian Negrin
Con immenso piacere e anche una certa emozione ospitiamo oggi nella nostra rubrica Due chiacchiere un illustratore che amiamo moltissimo: Fabian Negrin. La sua poetica personale, di rara sensibilità, e le sue illustrazioni fortemente evocative lo hanno reso uno degli illustratori più apprezzati nel panorama nazionale e internazionale. Ne sono una testimonianza i riconoscimenti ufficiali ricevuti (per citarne alcuni: Premio Andersen per il miglior illustratore nel 2000; la Bib Plaque della Biennale di illustrazione di Bratislava nel 2009; il Bologna Ragazzi Award Non-Fiction nel 2010).

Fabian Negrin, argentino di nascita e italiano di adozione, ha pubblicato i suoi lavori in Italia presso diverse case editrici (Orecchio Acerbo, Donzelli, Gallucci...). Fra i suoi numerosi libri, in qualità di autore unico o come illustratore, ricordiamo: Lerolero e altre storie (Mondadori, 2002); Mi porti al parco? (Il Castoro, 2009), La servetta di Donatella Ziliotto (Panini, 2007); La vita intorno (Salani, 2009); L’ombra e il bagliore di Jack London (Orecchio Acerbo 2010), Favole al telefonino (Orecchio Acerbo 2010), Tutte le fiabe di J. e W. Grimm (Donzelli 2015), e L'apprendista stregone (Donzelli 2017, di cui abbiamo parlato qui).
È da quest'ultimo lavoro - di cui abbiamo parlato anche in un precedente post -, che siamo pariti per porre cinque domande a Fabian Negrin, che in questa intervista ripercorre insieme a noi alcuni passaggi del suo percorso artistico, permettendoci di curiosare nel suo processo creativo.

Iniziamo dal tuo ultimo lavoro: "L'apprendista stregone", edito da Donzelli in collaborazione con il Goethe-Institut. Si tratta della celebre ballata scritta da Goethe nel 1797, resa famosa ai giorni nostri dal cortometraggio Disney all'interno del film Fantasia. Un progetto ambizioso che ti ha costretto (o dato l'opportunità, dipende dai punti di vista) di confrontarti con due grandi nomi, Goethe e Disney, di epoche e e linguaggi totalmente differenti. Da un lato la tradizione letteraria, dall'altro l'immaginario comune ben più recente: come hai affrontato tale rapporto? Raccontaci da dove sei partito e come sei arrivato ad apportare gli elementi di novità che abbiamo ritrovato nelle tue illustrazioni.

Pete Townshend,
chitarrista degli Who
Sapevo che non avrei vinto la gara contro Disney e questo mi ha molto tranquillizzato. Il cortometraggio di Mickey Mouse apprendista stregone è un capolavoro del disegno animato e del cinema in generale, così ho cercato di rubare l'essenza cambiando la buccia. Il topo è diventato un bambino, e per l'interno, al posto della grotta buia, vi è una casa luminosa in cui si svolge la storia, mentre per gli esterni, invece del cortile abbagliante, c'è un notturno in una pozza fangosa. Mi sono tenuto all'idea di Paul Dukas di accompagnare la narrazione con della musica, e così ho spinto l'apprendista a mettere un disco nel grammofono, in modo da fare air-guitar con la scopa. Questa potrebbe essere un’anticipazione del tema della metamorfosi magica: la scopa viene trasformata prima in una chitarra elettrica e, solo dopo, nell'essere animato raccontato dal poema. Allo stesso tempo è un modo per sottolineare il momento di felice autonomia del ragazzino quando l'adulto non c'è (l'air-guitar è un'attività da fare lontano da occhi indiscreti, forse imparentata con la masturbazione). Ho fatto appello a Pete Townshend, chitarrista degli Who, e al suo antigravitazionale modo di saltare sul palco; così come mi ha aiutato il sentimento di libertà espresso da un giovanissimo Tom Cruise nel film Risky Business nella scena in cui finalmente resta a casa da solo (Fuori i vecchi... i figli ballano diceva l'orrendo ma calzante titolo italiano).



L'altro punto forte, già presente nel testo, è l'acqua, anche questo elaborato in mille meravigliosi modi da Disney. All'inizio volevo far vedere l'intero pianeta allagato, una specie di Diluvio universale. Poi questa idea si è trasformata negli oggetti di diverse epoche che galleggiano attorno all'apprendista nell'ultima doppia pagina: caffettiere, automobili, teschi ecc. Credo che questo sia un fruttuoso modo di procedere: avere idee grandiose, ridicole e fuori proporzione per poi circoscriverle al racconto, lasciando solo l'osso dell'idea originale. Questo permette di mettere tanti pensieri all'interno delle illustrazioni senza annegare il senso principale, lasciando in sotto traccia elementi che possono essere degustati in letture successive.

Der ZauberlehrlingL'apprendista stregone, J. W. Goethe, illustrazioni di F. Negrin, Donzelli editore, 2017

Il ritmo, la musicalità sono caratteristiche essenziali della ballata. Quanto hanno inciso – e se – il ritmo e la musica nella creazione delle immagini? E, pensando all'immagine che citavi prima del disco degli "Who" posto nel testo, quanta importanza ha per te mantenere un legame con la contemporaneità in quello che decidi di far vedere?

Sono un deluso della contemporaneità in generale, del moderno in pittura, nell'illustrazione, nella musica, delle tecnologie e dell'uso del computer per realizzare immagini. Odio i blog... Cerco dunque di essere il più inattuale possibile. In quel senso il rock - quel genere morto e sepolto che amo e al quale tanto devo - credo appartenga definitivamente al passato. Per le nuove generazioni che leggeranno/vedranno questo libro forse la chitarra elettrica che compare o è evocata qua e là nei disegni non è meno vetusta del liuto appeso al muro nella residenza dello stregone (così forse per loro non sarà assurdo l'accostamento in un poema settecentesco del rock riprodotto da un grammofono). L'immagine della copertina del disco degli Who è dunque necessaria per capire il significato del salto del protagonista con la scopa, salto che, da solo, probabilmente non avrebbe fatto pensare a Pete Townshend... La copertina del disco per terra funge così da nota a pie’ di pagina, necessaria proprio perché l'immagine non è contemporanea ma antica.

Der Zauberlehrling, L'apprendista stregone, J. W. Goethe, illustrazioni di F. Negrin, Donzelli editore, 2017

Il ritmo ovviamente non è solo nel rock o nella musica tutta (ce n'è tanto anche nella musica di Dukas), ma nella poesia e dunque nel testo di Goethe, ed è questo che ho seguito soprattutto, non tanto nella metrica quanto nel crescendo della narrazione. Ho voluto che pian piano la distruzione provocata dalla scopa si presentasse in tutta la sua dimensione, senza troppi salti fra una pagina e l'altra, raccontando ettolitro dopo ettolitro l'acqua che saliva e invadeva il mondo. Forse i disegni hanno enfatizzato l'aspetto liquido già presente nel poema. Il ritmo è essenziale per ogni albo illustrato, anche per quelli che non hanno un argomento poetico o musicale. È dato dalle dimensioni che hanno i diversi disegni e dunque dalla proporzione fra di loro, dal bianco della pagina che resta o no fra un'illustrazione e l'altra. Ad esempio, prima un disegno a doppia pagina, si gira la pagina e c'è un disegno a pagina singola, con quella a fianco bianca col solo testo, si gira ancora e una serie di piccoli disegni scontornati invadono la doppia pagina. Tutto questo genera un certo tipo di ritmo visivo, diverso da un altro libro dove ogni centimetro quadro è occupato dal disegno, come a volte capita di vedere. È il bianco fra i disegni che dà il ritmo, così come nella musica è il silenzio fra una nota e l'altra.

Oltre all'apprendista, ci sono altri due protagonisti - a cui hai già fatto cenno - che hai saputo far emergere alla perfezione: l'acqua – che sembra inondare le pagine del libro – e la scopa-creatura che prende vita. La prima, tecnicamente difficile da rendere, per la quale hai usato sempre modalità descrittive diverse (e non è la prima volta che riesci a rendere un elemento naturale così bene, pensiamo al vento in "Come? Cosa?"); la seconda decisamente efficace nella sua evoluzione e nella sua umanizzazione. Ci racconti come hai lavorato (anche tecnicamente) nel riuscire così bene in tale intento?

Copertina de L'apprendista stregone
È da quando lavoravo nelle riviste e giornali negli anni '90 che disegno l'acqua, che cerco di disegnare l'acqua. La cosa interessante di questa operazione è l'impossibilità di successo. Disegnare è già un'impresa essenzialmente assurda: convertire in due dimensioni quello che ne ha tre; racchiudere dentro una linea nera una figura, mentre nella realtà le cose non hanno un contorno; immobilizzare oggetti che sono in moto; disegnare un elefante in un piccolo foglio... L'acqua, oltre a questi problemi, aggiunge la trasparenza, il colore riflesso o apparente quando la si trova in grandi quantità, l'invisibilità che acquisisce dentro un bicchiere (ma che comunque modifica la vista del bicchiere), l'aspetto che prendono gli oggetti sommersi ecc. Disegnare l'acqua, come disegnare il vento e come disegnare uno specchio, è un'attività infinita, ogni modo che troviamo per fissarla sulla carta è solo una convenzione, un falso che (e altrimenti non vale) deve in qualche modo funzionare come l'oggetto vero. Si situa dunque nel cuore di quello che è disegnare, illustrare, perché è sostanzialmente una bugia. Una bugia che può essere costruita da puntini, righe sinuose, macchie, macchioline, superfici piatte, vuoti... Infiniti modi di rappresentare l'acqua che probabilmente non ci aiuteranno la prossima volta che vorremo catturarla.
Per la scopa invece mi sono fatto aiutare dal Golem e soprattutto da Frankenstein, l'inanimato che prende vita conservando qualcosa di mostruoso, che non è cattivo ma all'occorrenza può fare del male. Forse è un altro tema sotterraneo del poema: Sciagura a chi imita Dio. Le scope sono oggetti di soglia, la paglia e il legno conservano più o meno la stessa forma che hanno in natura, dunque come sapere se non hanno ancora una scintilla di vita? Oppure, siamo sicuri che preferiamo pensarle come completamente morte? Ovvio che c'era un'epoca in cui si svegliavano di notte al richiamo delle streghe, mentre noi incauti ce le teniamo in casa!

Come?Cosa?, Orecchio Acerbo 2016

Spaziando nel tuo lavoro passato, non è la prima volta che ti misuri con grandi nomi della tradizione letteraria. Hai illustrato, sempre per Donzelli, e in diverse edizioni, alcune delle più celebri fiabe dei fratelli Grimm. Anche lì hai dovuto rapportarti all'immaginario comune (penso a fiabe come "Cappuccetto rosso", "Biancaneve"): in quel caso come ti sei mosso? Immagino che anche tu avrai avuto un immaginario di quelle storie, probabilmente anch'esso simile a quello collettivo: è stato il tuo punto di partenza o – considerate le suggestioni delle fiabe e le tue immagini fortemente evocative –  hai semplicemente lasciato che le fiabe dei Grimm ti parlassero? 

Di solito le fiabe sono dei testi di altissima qualità narrativa, piene di personaggi folli e vicende stupefacenti, cosa che in qualche modo sostiene l'illustrazione, come se metà del lavoro fosse già fatto, e con fiabe molto famose, come quelle dei Grimm, si ha anche il vantaggio che tutti conoscano alcuni personaggi, la trama, o qualche "fermo immagine". Questi elementi, però, possono essere un peso che impedisce di andare troppo lontano, inchiodati dalle migliaia di illustrazioni che sono state realizzate per una determinata fiaba celebre. È comune vedere disegnatori, distanti nel tempo e nello spazio, illustrare le stesse medesime scene. Ci sono ovviamente aspetti comuni all'illustrare una fiaba e ogni altro tipo di testo (racconti, romanzi, articoli): c'è un testo che va letto e riletto, si estrae un'immagine che illumini lo scritto con una luce il più interessante e originale possibile, senza stravolgere il significato profondo, senza forzare, il più naturalmente possibile. L'utopia è che testo e immagine diano l'impressione di essere nati insieme, fratelli siamesi con un unico cuore. Allo stesso tempo credo che il disegno sia un tipo d'intelligenza diversa da quella che usa le parole per mostrarsi (suppongo sia lo stesso per l'intelligenza musicale, per quella matematica ecc.). Ogni forma che nel corso della storia ha richiesto un determinato tipo di processi non-verbali (visivi, sonori) esiste perché ci sono cose che possono essere dette solo con quei determinati processi, non con altri (Frank Zappa diceva ''parlare di musica è come danzare di architettura''). Questo per dire che si può illustrare veramente solo se si sa disegnare veramente, se col disegno si sa arrivare ai concetti che si possono dire solo col disegno. Altrimenti si finisce per scimmiottare la decorazione, la grafica, per fare quello che il computer ti dice di fare, come si vede oggi così spesso in libreria. Dunque direi che per illustrare Cappuccetto rosso basta saper leggere e disegnare. Saperlo fare veramente però...

Tutte le fiabe, Jacob e Wilhelm Grimm, illustrazioni di F. Negrin, Donzelli Editore, 2015

Nonostante il tuo stile artistico sia decisamente riconoscibile, il tuo lavoro è vario e a volte inaspettato: se si pensa alla tua opera, la mente del lettore attraversa titoli come "il Gigante Gambipiombo", "Chiamatemi Sandokan!", "Mi porti al parco?"... Alcuni di questi sono comici: che tipo di rapporto hai con l'ironia, il comico e l'umorismo? E cosa ti diverti di più a illustrare?

Chiamatemi Sandokan!, Salani, 2011
È vero, i tre titoli menzionati hanno aspetti comici, o almeno ironici. Onestamente non ci ho mai riflettuto... Nei miei libri ho forse una tendenza a prendere in giro i personaggi, a metterli in situazioni più ridicole che pericolose, ma purtroppo credo che nessuno muoia dal ridere leggendo questi tre libri. Non associo l'atto del disegnare col divertimento comunque, perché disegnare implica molta frustrazione, impegno, sforzo e non sempre è ripagato con i risultati, diciamo che quando va bene si bilanciano il piacere e il dispiacere, come penso succeda in qualunque altra attività umana. Sicuramente mi "diverte" molto di più guardare l'opera di vecchi illustratori quando leggo. Ho riso molto leggendo Tre uomini in barca ad esempio, ma non mi capita spesso di trovare il comico nei libri che mi interessa leggere. Nell'illustrazione, poi, direi che per me è molto difficile fare un tipo di rappresentazione realista e allo stesso tempo realizzare un'immagine comica, di fatto il comico è pressoché assente nella pittura antica e moderna, mentre per poter lavorare nell'ambito del comico i caricaturisti e i fumettisti (non a caso in inglese il fumetto si chiama comic), e poi Disney nei suoi film, hanno inventato nuove forme di disegnare. Onore a loro.

Stella Larotonda

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