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venerdì 8 dicembre 2017

L’abete. Dall’albero cosmico alla fiaba di Andersen

La festa cristiana dell’otto dicembre celebra il miracolo dell’Immacolata Concezione, cioè della totale immunità di Maria Vergine dalla “macchia” del peccato originale. Il dogma, proclamato nel 1854 da Pio IX in piazza di Spagna a Roma, subentrò in realtà soltanto al termine di un processo di elaborazione dottrinaria durato secoli, e costellato di tentativi più o meno “eretici” di sintesi. D’altra parte – come spesso è accaduto nella storia della Chiesa – la “creazione” di un nuovo dogma divenne anche l’occasione di riemersione di culti pregressi e fusioni sincretiche, evidenti ancora oggi nella tradizione locale. Ad esempio, quanto all’usanza di accendere fuochi di buon augurio per la Madonna -  pensiamo ai celebri “focaracci” loretani, nelle campagne del Piceno –, Alfredo Cattabiani nota che:



Una volta i ragazzi e i fidanzati, tenendosi per mano, saltavano per nove volte attraverso un focaraccio: tipico rito di purificazione da un lato e di fertilità dall’altro che si ritrova sempre nei periodi di passaggio da un anno all’altro. A sua volta ogni tizzone raccolto nei focaracci veniva considerato un potente amuleto contro le tempeste e contro le streghe che si avvicinavano alle culle dei bambini (Lunario, p. 397).

illustrazione di Lisi Martin, anni Settanta
Al giorno d’oggi, ad ogni modo, la festa dell’Immacolata è ricordata innanzitutto per la consuetudine di addobbare, nelle case, nelle Chiese, nelle scuole e nelle piazze, un abete, simbolo per eccellenza di quello che tutti noi, praticanti o meno, chiamiamo – con un vocabolo, anch’esso, dai “pagani” riecheggiamenti – Natale. A tal proposito, la poco conosciuta fiaba di Hans Christian Andersen dal titolo L’abete – ventinovesima nella raccolta integrale – ci permette di riassumere, e tornare ad apprezzare con lo sguardo irriducibilmente “bambino” di quest’autore, una tradizione oltremodo nota e, nostro malgrado, consumisticamente inflazionata [su Andersen si veda anche il nostro post al link: http://associazionecartastraccia.blogspot.com/2017/10/le-fiabe-di-andersen-con-gli-occhi-di.html].
Si tratta della storia – pubblicata per la prima volta nel 1844 – di un grazioso abete molto ansioso di crescere e perciò per lo più incapace di appezzare gli agi e i privilegi della sua vita presente: un buon posto nel bosco, il sole caldo e l’aria fresca, la compagnia degli uccellini e dei contadinelli che spesso gli passeggiano intorno. Divenuto finalmente l’albero più bello e maestoso fra tutti, gli capita l’onore di essere trasportato in casa e prestarsi come centro delle cerimonie natalizie:

Illustrazione di Tasha Tudor a "The Fir Tree" di Andersen, 1945
Cresceva continuamente e restava verde sia d'estate che d'inverno, di un verde scuro, e la gente che lo vedeva esclamava: "Che bell'albero!". Verso Natale fu il primo albero a essere abbattuto. La scure penetrò in profondità nel midollo; l'albero cadde a terra con un sospiro, sentì un dolore, un languore che non gli fece pensare a nessuna felicità era triste perché doveva abbandonare la sua casa, la zolla da cui era spuntato. Sapeva bene che non avrebbe più rivisto i vecchi e cari compagni, i piccoli cespugli e i fiorellini che stavano intorno a lui, e forse neppure gli uccelli. La partenza non fu certo una cosa piacevole. 
L'albero si riprese solo mentre veniva scaricato con gli altri alberi, quando udì esclamare: "Questo è magnifico! Lo dobbiamo usare senz'altro!". 
Giunsero due camerieri in ghingheri che portarono l'abete in una grande sala molto bella. Tutt'intorno, sulle pareti, pendevano ritratti e vicino a una grande stufa di maiolica si trovavano vasi cinesi con leoni sul coperchio. C'erano sedie a dondolo, divani ricoperti di seta, grossi tavoli sommersi da libri illustrati e da giocattoli che valevano cento volte cento talleri, come dicevano i bambini. L'abete venne messo in piedi in un secchio di sabbia, ma nessuno vide che era un secchio, perché era stato ricoperto di stoffa verde e era stato messo su un grosso tappeto a vari colori. Come tremava l'albero! Che cosa sarebbe accaduto? I camerieri e le signorine lo decorarono. Su un ramo pendevano piccole reti ricavate dalla carta colorata; ognuna era stata riempita di caramelle. Pendevano anche mele e noci dorate, che sembravano quasi cresciute dai rami. Poi vennero fissate ai rami più di cento candeline bianche rosse e blu. Bambole che sembravano vere, e che l'abete non aveva mai visto prima d'allora, dondolavano tra il verde. In cima venne posta una grande stella fatta con la stagnola dorata; era proprio meravigliosa. 
"Questa sera!" esclamarono tutti "questa sera deve splendere!" 
“Fosse già sera!” pensò l'albero “se almeno le candele fossero accese presto! Che cosa accadrà? Chissà se verranno gli alberi del bosco a vedermi? E chissà se i passerotti voleranno fino alla finestra? Forse metterò radici qui e resterò decorato estate e inverno!”
Sì! ne sapeva davvero poco! ma gli era venuto mal di corteccia per la nostalgia, e il mal di corteccia è fastidioso per un albero come lo è il mal testa per noi.
Finalmente vennero accese le candele. Che splendore, che magnificenza! L'albero tremava con tutti i suoi rami finché una candelina appiccò fuoco al verde. Che dolore! 
"Dio ci protegga!" gridarono le signorine e subito spensero la fiamma. 
Ora l'albero non osava neppure più tremare. Che tortura! Aveva una gran paura di perdere qualche parte del suo addobbo, ed era molto turbato per tutto quello sfarzo. Si aprirono i due battenti della porta e una quantità di bambini si precipitò nella stanza, sembrava quasi che volessero rovesciare l'albero. Gli adulti li seguirono con prudenza; i piccoli si azzittirono, ma solo per un attimo, poi gridarono nuovamente di gioia facendo tremare tutta la casa. Ballarono intorno all'albero e tolsero, uno dopo l'altro, tutti i regali. 
“Che cosa fanno?” pensò l'albero. “Che succede?” Intanto le candele bruciarono fino ai rami, e man mano che si consumarono vennero spente. Poi i bambini ebbero il permesso di disfare l'albero. Gli si precipitarono contro con tale veemenza che l'albero sentì scricchiolare tutti i rami. Se non fosse stato fissato al soffitto con la stella dorata si sarebbe certamente rovesciato. 
I bambini gli saltellavano intorno coi loro magnifici giocattoli. Nessuno guardò più l'albero, eccetto la vecchia bambinaia che curiosò tra le foglie per vedere se era stato dimenticato un fico secco o una mela. 
"Una storia! Una storia!" gridarono i bambini trascinando un signore piccoletto ma robusto verso l'albero. Lui vi si sedette proprio sotto e disse: "Adesso siamo nel bosco, e anche l'albero farebbe bene ad ascoltare! Comunque racconterò solo una storia. Volete quella di Ivede-Avede o quella di Klumpe-Dumpe che cadde giù dalle scale, salì sul trono e sposò la principessa?" 
"Ivede-Avede!" gridarono alcuni; "Klumpe-Dumpe" gridarono altri. Fu un grido solo e solo l'albero se ne stette zitto a pensare: ' Non posso partecipare anch'io? Non posso far più nulla? '. In realtà aveva già partecipato e fatto la parte che gli spettava. 
L'uomo raccontò la storia di Klumpe-Dumpe che cadde giù dalle scale, salì sul trono e sposò la principessa; i bambini batterono le mani e gridarono: "Racconta, racconta!". Volevano sentire anche quella di Ivede-Avede, ma fu raccontata solo la storia di Klumpe-Dumpe. L'abete se ne stava zitto e pensieroso; gli uccelli del bosco non avevano mai raccontato storie del genere. Klumpe-Dumpe che cade dalle scale e sposa la principessa! Certo: è così che va il mondo! Concluse l'albero, credendo che tutto fosse vero, dato che era stato raccontato da un uomo così per bene. “Certo! Chi può mai saperlo? Forse cadrò anch'io dalle scale e sposerò una principessa!”. E si rallegrò al pensiero che il giorno dopo sarebbe stato decorato di nuovo con candele, giocattoli, e frutta dorata. 
“Domani non tremerò!” pensò. “Voglio proprio godermi tutto quello splendore. Domani sentirò ancora la storia di Klumpe-Dumpe e forse anche quella di Ivede-Avede.”

Al di là dell’esito “moralistico” del racconto – per cui l’ambizioso abete, illusosi che i festeggiamenti proseguiranno il mattino successivo e così per tutto l’anno, finisce prima relegato in soffitta e poi tagliato in pezzi e bruciato – l’accurata descrizione che Andersen ci propone restituisce al meglio la “magia” di un’usanza che, specie in un paese nordico come la Danimarca, si colora tutt’oggi di un fascino particolarmente “fiabesco” (lo vedremo meglio nei prossimi post dedicati al Natale).
La scelta dell’abete come “albero di Natale” è d’altro canto sintomatica del persistere, al di sotto della superficie cristiana del rito, di un più antico sostrato simbolico:

Rappresentazione dell'albero cosmico
Nell’alfabeto arboreo druidico, dove ogni lettera prende il nome da un albero o da un arbusto di cui è l’iniziale, l’abete bianco – ailm – corrisponde alla prima lettera. Viene detto inoltre argentato perché i suoi rami sono nella parte superiore di color verde lucido e in quella inferiore argentei. Slanciato e conico, quello bianco (Abies alba) può giungere fino ai 60 metri di altezza, mentre il rosso (Picea excelsa) dalla corteccia grigio-rossastra, sfaldata in placche e dagli strobili rossastri, può toccare i 68.
Fin dall’antico Egitto fu considerato un albero della Natività, non meno antico della palma perché era la pianta sotto la quale era nato il dio Biblos, il prototipo dell’Osiride predinastico egiziano.
In Grecia l’abete bianco – elàte – era sacro alla dea Artemide, cioè alla Luna, protettrice delle nascite, in onore della quale si sventolava nelle feste dionisiache un suo ramo intrecciato con edera e coronato sulla punta da una pigna. Portava lo stesso nome dell’abete bianco Elàte, la dea della Luna nuova, detta anche Kaineìdes, da kainìzo, rinnovare, recare cose nuove (Florario, p. 303).

Il riferimento al mito greco di Kaineìdes – ninfa boschiva trasformata in guerriero maschio da Poseidone e divenuta poi re/regina dei Lapiti – è indicativo se non altro perché introduce un elemento – il potere “vivificante” dell’abete – comune a molteplici contesti storico-geografici: Kaineìdes/Kainèus, soffocato dai Centauri con una catasta di tronchi d’abete, risorge infatti dal rogo appiccatogli in “rinnovata” forma di uccello. Secondo Robert Graves (I miti greci), questo racconto adombrerebbe pertanto «un rito primaverile in onore della Grande Madre che doveva consistere nell’innalzamento di un abete nella piazza del mercato e in una cerimonia rituale in cui uomini nudi, armati di magli, percuotevano sul capo un’effigie della Madre Terra per liberare lo spirito dell’anno nuovo».
Dagli sciamani dell’Asia settentrionale, l’abete venne considerato Albero cosmico, “scala” o “ponte” posto al centro dell’universo a collegare – rami, fusto e radici – cielo, terra e inferi. Non a caso, notano Claudia e Luigi Manciocco, questa pianta riveste spesso, nei miti arcaici come nelle fiabe orali, la funzione – per usare la terminologia di Propp – di «traghetto», cioè di «mezzo atto a trasportare da un regno all’altro in maniera assolutamente magica» (p. 45). Più specificamente «la capacità magica dei rami è giustificata dalla presenza in essi dello spirito dendrico», ovvero – spaziando ancora dal mito alla fiaba – di un essere genericamente soprannaturale, dio, defunto, fata, stregone o spettro che sia. Ecco dunque – per citare una tradizione in proposito molto rilevante – che in Tirolo e in Svizzera ancora oggi si favoleggia che l’abete natalizio sia abitato dal Genio della foresta, spirito benigno protettore del bestiame e donatore di prosperità alle fattorie, di cui si odono i “lamenti” nel momento in cui i boscaioli si apprestano ad abbatterlo.
Fra i Celti come nei Paesi scandinavi e germanici, l’abete fu consacrato al giorno della nascita del “Fanciullo divino”, che seguiva immediatamente il solstizio d’inverno: fino al Medioevo «ci si recava poco prima delle feste solstiziali nel bosco a tagliare un abete che, portato a casa, veniva decorato con ghirlande, uova dipinte e dolciumi» (Florario, p. 305), per poi trascorrervi intorno la notte in allegria. 
Si è perciò ipotizzato che, nei paesi latini, la tradizione dell’“abete natalizio” fosse presente in epoca barbarica perlomeno nei territori invasi dalle popolazioni germaniche, e in seguito scomparsa dopo la loro evangelizzazione. Si riaffermò molto tardi, quando, rispettivamente nel 1816 nel 1840, le nobili Henrietta von Nassau a Vienna ed Elena di Mecklenburg in Francia vollero erigere grandi abeti di Natale per addobbare le loro corti (in Italia, prima fu la regina Margherita a metà Ottocento al Quirinale). Stando ad alcune interpretazioni, la cristianizzazione dell’usanza si riallaccerebbe al genere teatrale di epoca medievale dei Misteri di Adamo ed Eva, rappresentati proprio il 24 dicembre in varie Chiese. Nella notte in cui si onora la nascita del Salvatore, colui che toglie i peccati e dona al mondo nuova vita, l’albero posto al centro della scena, nel giardino dell’Eden fra Adamo ed Eva, veniva qui ad alludere alla caduta primordiale dell’uomo ma anche alla sua speranza nel perdono di Dio. 
I misteri di Adamo ed Eva
Anche nei paesi evangelizzati, quindi, l’abete si legò progressivamente al “Bambinello” divino, trasformandosi in metafora cristiana: immagine potentemente dialettica, l’albero “cosmico” di Natale continuò a simboleggiare, insieme, la discesa del dio sino alla terra – la kènosis del Padre nel Figlio, nell’uomo Gesù – e la sua ascesa finale al cielo – la Resurrezione di Cristo dalla morte.

Silvia Ippolito


Bibliografia:

Andersen Hans Christian, Fiabe e storie, Feltrinelli, Milano 2016.

Cattabiani Alfredo, Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori, Milano 2016.

Cattabiani Alfredo, Lunario. Dodici mesi di miti, feste, leggende e tradizioni popolari d’ItaliaMondadori, Milano 2015.

Manciocco Claudia; Manciocco Luigi, L'incanto e l'arcano. Per un’antropologia della Befana, Armando, Roma 2006.





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