domenica 5 novembre 2017

Con Natalia Ginzburg, nei regni della vita fantastica (SECONDA PARTE)

Nella prima parte del post abbiamo ripercorso lo scritto Senza fate e senza maghi (1972) di Natalia Ginzburg, sottolineando quello che a noi pare esserne l'aspetto più interessante e attuale. Senza fate e senza maghi faceva infatti reagire tra loro la pedagogia “implicita” e in qualche modo incodificabile delle fiabe da un lato e, dall’altro, quello che Natalia Ginzburg interpretava come un “positivismo” pedagogico, espresso della linea editoriale di una collana di storie per bambini.  
La scrittrice metteva così in evidenza due modi diversi di produrre, offrire, mediare i libri e le storie per l'infanzia, descrivendoli nel modo limpido e tagliente che abbiamo ripercorso.
Attuale, a nostro avviso, sebbene le numerose differenze di contesto e specifiche, è proprio l'indicazione generale che Natalia Ginzburg avanzava, quella cioè relativa a un'alternativa tra due "sguardi" - inevitabilmente alternativi - che il mondo adulto rivolge, più o meno consapevolmente, all'infanzia.

Da un lato l’infanzia è vista come una condizione prevedibile, di cui si suppone di sapere cosa voglia, cosa serva, cosa piaccia e, secondo la logica dei prodotti culturali di consumo, si utilizzano allora temi, personaggi, formati già noti, riproponendo sempre le stesse strutture che funzionano da un punto di vista commerciale. Dall'altro lato, c'è un approccio all’infanzia che si sforza di non usare trucchi (retoriche volte a suscitare sentimenti di consumo)* o facili soddisfazioni (il mondo conosciuto, le strutture conosciute, i personaggi conosciuti) e dunque rischia, sperimenta, dialoga con i propri lettori, si interroga su di loro e si lascia interrogare da loro, talvolta anche riuscendo ad anticiparne bisogni culturali impliciti.

Un buon uso, oggi, dell'invito di Natalia Ginzburg potrebbe dunque essere osservare i libri che proponiamo all'infanzia chiedendoci (al di là del riconoscimento di mercato e di critica) se, anche laddove si pretende di innovare sia da un punto di vista di contenuti, sia su linguaggi e forme comunicative, non si sia invece conservatori rispetto all’idea del rapporto adulti-infanzia e pieni proprio di quei famigerati "pregiudizi" rispetto all'infanzia stessa.

Il problema ci tocca da vicino. Oggi, infatti, assistiamo talvolta a "casi editoriali" che vengono eletti a «bibbie per le nuove generazioni», libri che libereranno i bambini dai pregiudizi e/o forniranno loro "modelli" positivi a cui ispirarsi. Un caso su tutti, le Storie della buonanotte per bambine ribelli, (Mondadori 2017), di cui molto si è scritto e detto**. Un caso rilevante perché ha venduto un numero da record di copie***.

Chiaramente la questione è complessa e abbraccia una trama molto fitta di fattori. Si può però tentare almeno di abbozzare una riflessione alcuni mesi dopo l'uscita di questo libro e dopo averlo visto in vendita sia nelle nostre librerie di quartiere preferite sia all'Autogrill.

Premessa necessaria: il punto non è che tanti abbiano acquistato questo libro o che - come è stato sistematicamente obiettato alle critiche negative che il libro ha ricevuto - "ai bambini e alle bambine però piace". Il punto è quali parole d'ordine si siano accompagnate alla promozione del libro, chi e come e perchè ne abbia tessuto le lodi, quali dichiarazioni pedagogiche delle autrici in primis, nonché di promotori e critici lo abbiano imposto come caso editoriale e se queste abbiano un riscontro nella realtà e quale sia questo riscontro.  

Le autrici del libro sono Francesca Cavallo e Elena Favilli. Le illustrazioni sono state invece affidate a un grande numero di illustratrici attive in vari paesi del mondo ed il libro è stato realizzato grazie al lancio di un crowdfunding che ha ottenuto una risposta sorprendente.

Sicuramente, si tratta di un prodotto che è entrato sulla scena con l'arroganza del prodotto di successo, creando simultaneamente il "mito" dell'assenza di altri prodotti congeneri che rispondessero a quello specifico (e fino a prova contraria presunto) bisogno culturale dei bambini e, in particolare, delle bambine.  

Di fatto, le Storie della buonanotte si sono appropriate di un tema avvertito come "innovativo" dal punto di vista culturale, sociale, politico, senza nè metterlo a tema nè tentare di "narrarlo" davvero, con la complessità che la narrazione permette. Semplificata fino a perdere forse o quasi completamente il suo afflato critico, questa "idea" che i bambini avrebbero bisogno di imparare viene imbrigliata in una serie di scelte autoriali a più livelli discutibili e fa irruzione sulla scena con la dichiarazione esplicita di venire a colmare un (presunto) vuoto in materia.

Entriamo nel testo e leggiamo anzitutto la dedica delle autrici del libro ai lettori, citata da una delle prime entusiastiche recensioni del testo (quella di Concita De Gregorio, per Robinson di Repubblica): «Alle bambine di tutto il mondo: sognate più in grande, puntate più in alto, lottate con più energia. E nel dubbio ricordate: avete ragione voi».

«Che meraviglia!» commentava Concita De Gregorio. E così, apriamo anche noi il libro e lo leggiamo. Ed ecco che scopriamo - tra le varie cose su cui ci si potrebbe soffermare ne scegliamo una emblematica - che nelle Storie della buonanotte c'è anche la storia di Margaret Thatcher.
«C'era una volta, in Inghilterra, una ragazza a cui non importava quello che gli altri pensavano di lei», ci racconta questa storia, e ci racconta che Margaret «ebbe un tale successo che diventò leader del partito conservatore e poi Prima Ministra, la prima donna nella storia del Regno Unito a ricoprire questo ruolo. Quando tolse il latte gratuito agli alunni della scuola primaria fu detestata. Quando vinse la guerra delle isole Falkland contro l'Argentina, fu ammirata per la sua forza e determinazione». E dunque l'espressione "Lady di ferro" diventa un nome di cui andar fiera per la coraggiosa e ostinata Margaret, che si è meritata questo riconoscimento per la sua determinazione.

Che tra le «100 vite di donne straordinarie» ci fosse la storia di Margaret Thatcher, a molti lettori e critici (adulti) che hanno promosso e recensito il libro, non faceva problema.
Può non stupirci che l'equazione essere ribelli = avere successo, cioè farcela anche fosse a scapito di altri, possa non fare problema. Eppure si tratta di una questione che potrebbe essere utile discutere con i bambini, anzichè fornire loro modelli competitivi e a cui ispirarsi.
Possiamo anche ipotizzare che i bambini non abbiano gli strumenti per capire perché il soprannome Iron Lady abbia a che fare con la storia politica ed economica o quale ruolo Margaret Thatcher abbia avuto nell'aumento del divario sociale e dello sfruttamento della classe proletaria nell'Inghilterra degli anni Ottanta in favore della borghesia capitalista. Ma non possiamo presentar loro contenuti dogmatici (oltre che pieni di falsità) anziché strumenti per distinguere il vero dal falso e il falso dalla fiction. Strutture dialettiche per distinguere una strega malefica da un aiutante magico, strumenti critici per osservare il mondo e decodificarlo, entrarci in relazione, pensare addirittura di cambiarlo e di rifarlo daccapo, come non si stancava mai di ripetere, ad esempio, Gianni Rodari.

Si torna allora al monito di non cercare scappatoie per "sostituire" la fiaba tradizionale (molte delle Storie per bambine ribelli iniziano con "c'era una volta...") con dispositivi molto più piatti - anche se presentati come "progressisti" se non addirittura "rivoluzionari" - nelle scelte che inevitabilmente noi adulti facciamo ogni volta che offriamo, compriamo, leggiamo o suggeriamo un libro a un bambino (il quale raramente si procurerà i libri senza la nostra mediazione quantitativa e qualitativa).

Per concludere vogliamo segnalare un aneddoto raccontato dallo storico Carlo Ginzburg in un'intervista. Ovvero una curiosa coincidenza tra due notazioni - una di sua madre, Natalia Ginzburg appunto, e l’altra di suo padre, Leone Ginzburg - entrambe critiche e entrambe rivolte a Bruno Munari. A Munari curatore di "Tantibambini", abbiamo visto, nel caso della critica di Natalia Ginzburg; a Munari autore dell’Abecedario, uscito per Einaudi nel 1942, nel caso della critica di Leone Ginzburg. Siamo dunque in due contesti storici e culturali molto distanti. E mentre Leone Ginzburg criticava a Munari - racconta Carlo Ginzbrug - la scelta nel suo abecedario di parole troppo distanti dall’orizzonte del quotidiano dei bambini, Natalia Ginzburg criticava invece una dichiarazione di intenti che voleva fornire ai bambini un immaginario letterario edulcorato di elementi fantastici e terrifici con l'esplicito intento di renderli individui «senza inibizioni, senza sottomissioni, liberi e coscienti delle loro forze».

Molti studiosi - un dato messo in evidenza a più riprese da Sonia Basilico, promotrice della lettura e letteratura per l’infanzia - hanno individuato una svolta nella produzione editoriale di settore: l’“invenzione” del punto di vista dell'infanzia sul mondo (nel senso etimologico dell’“inventio”: un “trovamento”, quindi una scoperta). Ed è così che si può riscontrare la conseguente attenzione a riprodurre, nei libri per i bambini, il mondo noto al bambino (i piccoli oggetti del quotidiano etc.), segno di un riconoscimento dell'esistenza di quel mondo (che dunque l'osservazione di Leone Ginzburg pareva precorrere e indicare come esigenza culturale). 

Ma l’assunzione di questo punto di vista può esser funzionale alla quotidiana costruzione di una "grammatica pedagogica" (avrebbe poi detto Rodari) che tenti di farsi medium tra adulto e bambino; e può, altrettanto, divenire una sorta di gabbia, un dispositivo limitante, per cui il genitore moderno inizia a tenere il bambino, soprattutto piccolissimo, lontano da una serie di elementi (come ad esempio la paura, o gli aspetti e i contenuti più stranianti) cosicché un mondo a (presunta) immagine di bambino diviene l’unico immaginario considerato adatto al piccolo lettore, rischiando di imbrigliarlo in un programma pedagogico, appunto, limitante (e di dimenticare che i bambini - proprio come noi - sono immersi in una realtà che con loro comunica continuamente e in una molteplicità di linguaggi). Prospettiva, quest'ultima, che - certo sottovalutando l'innovatività e il potenziale di "Tantibambini" - Natalia Ginzburg segnalava come latente e rischiosa deriva insita nelle dichiarazioni di pedagogia programmatica tout court, laddove pretendano di sopravanzare - in qualsivoglia forma - gli inalienabili legami dell'infanzia con i regni della vita fantastica, con le loro strutture, funzioni, grammatica e simboli, di cui i bambini «hanno fame e sete» - non per partito preso o sulla base di qualche teoria astratta, ma come l'esperienza (la nostra almeno) ci mostra.


 Cora Presezzi e Leyla Vahedi

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* In merito alle attuali tendenze dell’editoria per l’infanzia, Giovanna Zoboli, autrice ed editore, evidenzia un dato di cui tenere conto: «Creare emozioni è una deriva narcisistica: punta a una gratificazione immediata del pubblico che, in questo modo, è indotto a reagire con automatismi agli stimoli che riceve: se qualcosa mi emoziona è buono, se non mi emoziona, è cattivo. È un atteggiamento regressivo. La fabbricazione di emozioni elimina qualsiasi aspetto di problematizzazione di quel che si legge o si vede. In questo modo si trasforma la lettura di testi o immagini in una pratica di puro consumo» (da Scrivere oggi. Cinque domande a Giovanna Zoboli, di Giordana Piccinini, in Troppe storie, "Hamelin 37").

** Nei primi mesi di lancio ha venduto negli Stati Uniti 90.000 copie per poi venir acquistato da Inghilterra, Polonia, Brasile e molti altri paesi. Pubblicato in Italia a febbraio 2017, da allora è in cima alle classifiche dei libri più venduti per ragazzi. Non abbiamo ancora i dati per poter confrontare questo successo di vendita con i libri più prestati nelle biblioteche. 

*** Leggi la recensione - negativa - di LiBeR qui

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