martedì 15 maggio 2012

PINK IS RED! l'esposizione


Abbiamo le nostre cose: fatte di carta, sogni, idee, metalli e leghe, legno e ferro, carne e cuore, braccia, mani, volti, curve come i fianchi e dritte davanti agli occhi come un obiettivo stabilito da tempo e raggiunto con un balzo - PINK IS RED!
Esposizione collettiva dei lavori selezionati dal bando di concorso PINK IS RED!
a cura di Cartastraccia
 Inaugurazione sabato 19 maggio, ore 19
Notte dei Musei 2012
BlackMarket Monti, via Panisperna 101, 00184 Roma
Orario di visita: dal martedì alla domenica a partire  dalle 18.00
Ingresso libero
catalogo a cura di Cartastraccia
Ventidue opere selezionate dalla giuria composta da Maria Pina Bentivenga, Elisabetta Diamanti, Silvia Garrone e Marie Rebecchi.
Fotografia Emanuela Barilozzi, Giulia Della Torre, Arianna Lodeserto, Alessia Massa, Marianna Mazzetta, Cecilia Milza, Danilo Paganelli.
Grafica d'arte Lisa Borghese, Augusta Cyrillo, Gomez, Wilma Delfini, Beatrice Petrecca, Mimma Maspoli, Chiara Perrone, Benedetta Rizzo, Lola Rojo, Silvia Sala e Samantha Tistoni.
Illustrazione Isa Fontana e Hudesa Kaganow.
Pittura Aster Campanelli, Nanni Riccobono e Giorgio Rinaldi.

Come ospiti Cartastraccia, l'esposizione presenta le opere di cinque artisti Fuori Concorso: Maria Pina Bentivenga, artista incisore e insegnante, nata nel 1973 a Stigliano (MT); Gabriella Caponigro, giovane fotografa nata nel 1985 a Roma; Elisabetta Diamanti, artista incisore e insegnante nata a Roma nel 1959; Hassan Vahedi, pittore, scultore e incisore nato a Tehran nel 1947; Leyla Vahedi, giovane incisore nata a Terni nel 1984.            
approfondimenti e contributi



Il problema di che cosa vogliamo, oltre a uno spazio sicuro, è     cruciale per capire le differenze tra una denuncia individualistica e inefficace, e un movimento collettivo ...
Virginie Despentes

La storia è la sola insegnante, la rivoluzione la sola scuola! Rosa Luxemburg

Prendiamoci allora il nostro posto senza aspettare d'averlo!  Louise Michel

ABBASSO L'ARTE COME SPLENDIDO SPRECO NELLA VITA SENZA SENSO DEI RICCHI! ABBASSO L'ARTE COME INSOLENTE PIETRA PREZIOSA NELLA VITA SQUALLIDA E BUIA DEI POVERI! ABBASSO L'ARTE COME MEZZO PER EVADERE DA UNA VITA PRIVA DI SENSO!
Alexandr Rodchenko



Intento del concorso è stato chiamare gli artisti a riflettere, giocare e confrontarsi con la dirompenza del discorso femminile, ovvero di genere, nella vita di tutti i giorni, sociale e politica. Il progetto PINKISRED! ha l'ambizione di creare una rete di collaborazioni in prospettiva della costruzione di un manifesto, una ridefinizione della linea radicale dell'arte di genere. Rimane l'imperativo di V. V. Majakovski: «L’arte non è uno specchio in cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo!»
Il centro di questa linea radicale, da cui partono infinite possibilità tangenziali e creative, è il nesso tra femminilità e lotte delle donne, lotte che sono in parte le stesse degli uomini, in parte le loro, esclusivamente loro, lotte. Il nodo è infinitamente complesso, la creatività permette allora di dar forma anche ai temi più intricati. Il concorso è stato pensato come occasione per raccogliere immagini, frasi e pensieri che parlino di questo mondo articolato di storie, personali e collettive, di donne che lottano.
Quello che conta è in fondo, più di ogni altra cosa, che le donne sappiano che c'è una storia di genere, una storia di donne, arcinote o perfette sconosciute, che sta alle nostre spalle. Occasione per parlare delle donne in lotta al di fuori della logica, figlia di un discorso vittimizzante e marginalizzante, delle "quote rosa": spazi concessi, quote di potere di un sistema gerarchico nel quale non ci riconosciamo e che contestiamo radicalmente, con ogni mezzo a nostra disposizione.
PINKISRED! si colloca nel solco di un lavoro avviato da tempo, come donne, come militanti e come collettivo di analisi sul rapporto tra genere e controllo. Un lavoro nato da un’urgenza e, insieme, sguardo su un passato riscoperto come presente, eredità viva. Era stata infatti la seconda ondata del femminismo, quello della fine degli anni Settanta, a denunciare un reflusso: le donne, una volta conquistati i loro diritti all’interno delle società capitalistiche attraverso la critica al patriarcato, si accoccolano nel bozzolo delle conquiste, e le rivendicano: ma anche a danno di altre donne, di condizioni e classi differenti. Adrienne Rich, per esempio, parla di “nate libere” riferendosi alle donne con la valigetta da manager della middle-class. Donne che «si riadattano al ruolo di passività imposto dal patriarcato, in una nuova forma di privilegio da cui escludere, attraverso nuove forme di sfruttamento, altre tipologie di donne, le donne povere, le donne nere, le donne lesbiche, le donne cicane, le donne non rispettabili, le prostitute». Analizzando le retoriche securitarie - negli anni passati - abbiamo cercato di evidenziare la loro tendenza a riproporre una logica classista mascherata. Ribadendo quei punti fermi che le donne avevano posto a barricata contro un dispositivo che annoda indissolubilmente patriarcato, capitalismo, retorica della sicurezza: NON SUI NOSTRI CORPI! Perché sui nostri corpi, sfruttando gli episodi drammatici degli stupri e delle violenze e attraverso le retoriche della donna da difendere e gli slogan sessisti che ripropongono l’immagine della vittima, è stata avvallata una politica di militarizzazione, di pervasività del controllo. Mentre le donne hanno sempre lottato, e lottano, contro ogni sfruttamento, e anche contro lo sfruttamento retorico del proprio corpo, contro l’immagine stabilita per loro dal potere maschile. E allora, citando Rich, è necessario ribadire sempre di nuovo l’urgenza di questa lotta, per non lasciare spazio alle retoriche della neutralità e della trasversalità, dei valori universali e condivisi dalle destre e dalle sinistre. è per questo che il nostro percorso ha intrecciato un discorso che viene dal mondo del femminismo come una pratica di resistenza. Una storia che porta sul suo corpo cicatrici, che raccontano la critica a ogni forma di imposizione gerarchica basata su discriminazioni ideologiche.
«Le streghe son tornate! riprendiamoci la notte! non sui nostri corpi!»: che spazio ha il discorso femminista nell’ambito della vita quotidiana di una donna oggi, nelle nostre “democratiche società”? Quali risposte al bombardamento retorico e di immagini (propagandistiche o pubblicitarie, se poi c’è una differenza) che ogni giorno entra nelle nostre vite, nelle nostre case, sul posto di lavoro, sui giornali, sui muri? C’è un nesso tra l’abuso della parola “degrado”, usata per nascondere tutto ciò che non si vuole vedere o che intralcia irrinunciabili progetti economici e il degrado, quello sì reale, dei prodotti  di ogni genere (dai cartelloni pubblicitari, ai talk-show politici, a tanta cosiddetta arte) che siamo quotidianamente costretti/e a subire?
Attendiamo le risposte inattese che talvolta le immagini sanno restituire, nel loro porsi come nodi indissolubili tra l'intimità dell'elaborazione personale dell'artista e l'urgenza del loro voler dire. Il privato è politico, un famoso slogan dei femminismi d'altra generazione, tenta qui di emergere, dicendo qualcosa delle donne, delle lotte e dell'arte, oggi.
«Pink is red! Una copula, due colori, un punto esclamativo. La copula, si direbbe, è il cuore del problema: tra rosso e rosa «il n’y a pas de rapport sexuel». Aldilà della celia: la scelta politica è esposta e custodita nel segno di interpunzione. E in quell’affermativo ! c’è tutto il margine dell’experiri artistico. I colori sono la sfida al nostro daltonismo morale: il double bind irreconciliato [...] C’è «traffico agli incroci»: il rosa, il rosso (almeno). La sociologia del diritto femminista americana – questo problema (e il suo tentativo di soluzione) – lo chiama intersezionalità. La classe, da un lato; il genere, dall’altro. Si potrebbero aggiungere la razza e il sesso, a complicare la faccenda. L’intersezionalità è quell’invenzione teorica che pluralizza gli assi di subordinazione in virtù di una parallela pluralizzazione della dimensione identitaria [...] L’intersezionalità raffina l’analisi e complica il quadro: quello dell’identità, quello dei vettori del dominio, quello delle forme di resistenza. Per ovviare a queste cascate gerarchiche l’intersezionalità sposta in avanti il problema e propone alleanze e solidarietà inedite. Pink is red! enuncia (performa) l’intersezionalità e la disloca sul terreno dell’arte. Arte rossa e rosa: di donne e di classe. Ma bisogna che la copula diventi anche congiunzione coordinante copulativa; bisogna cioè transitare dall’ontologia alla politica. Passando per l’estetica: fare a pezzi l’eteronormatività con l’arte. L’intersezionalità aiuta a vedere che colore può venir fuori mescolando sulla tavolozza della pratica politica il pink con il red» da: Marie Rebecchi e Michele Spanò, PINK IS RED!: un micromanifesto queer.
«La categoria sessuata, il genere, è determinante, si chiede Françoise Collin, nella creazione artistica? Sostenere che l’arte delle donne è femminista, significa stabilire un nesso inscindibile tra opera d’arte e atto politico o, se si vuole, mettere in luce il potenziale politico inscritto in ogni opera di donna in quanto opera di trasformazione. Il primo imperativo di una politica femminista dell’arte è dunque di sostenere lo sviluppo, la presentazione e l’affermazione delle opere di donne non solamente attraverso un lavoro di storicizzazione e di memoria, ma sostenendone l’emergenza. Il progetto di Pinkisred! realizza quest’emergenza» da: Mara Montanaro, Contribution pour PinkisRed!
«C’è un nesso tra violenza securitaria e oppressione di genere? Questo legame dice qualcosa di essenziale per l’analisi dell’orizzonte politico col quale ogni agire antagonista e ogni pratica di resistenza deve misurarsi? Ha senso, e quale, parlare oggi di lotta di genere? Pensiero e azione di genere possono essere efficaci nell’ottica di una ricomposizione di classe? Quali sono gli ambiti in cui è più urgente agire come soggettività politica femminile? Sotto le spoglie di un ordine discorsivo liberista: esistono le donne emarginate, le madri cattive, quelle che non sanno fare buon uso della libertà che è stata loro concessa. Dall’altra invece ci sono le donne (madri, figlie, sorelle) da difendere, quelle "tutelate" e "rispettate” perché perfettamente adeguate alla società liberista dei consumi, dell’autorealizzazione, dell’individualismo. Da una parte la marginalità da stigmatizzare, dall’altra il privilegio da tenere stretto. Di fronte a tutto questo, i femminismi della differenza sembrano aver perduto la loro capacità critica e la loro efficacia ripiegandosi su pratiche spesso solo provocatorie. E d'altro canto, la centralità che la questione femminile assume per il potere, come uno dei terreni privilegiati su cui impostare le tattiche dello sfruttamento e del controllo, dimostra come essa sia un anello fondamentale della catena» ProgettoBeta, Roma-Firenze 2009.








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