lunedì 12 marzo 2012

Il mio doppio io. Addio a Jean Giraud.

Moebius, Arzach

Perché la simulazione rappresenta esattamente quel che è,
ossia quel che non si è.
(Jean Giraud)

Da un po’ di tempo volevo inserire articoli “di contesto” che parlassero del mondo del fumetto in modo indiretto. Una scusa per aggiungere alle mie letture a strisce qualche testo di sole parole. Manuali tecnici principalmente e, quando possibile, biografie di autori. È un modo per guardare il fumetto in una prospettiva non esclusivamente narrativa, per conoscerlo come disciplina e come tassello di un arazzo più ampio, nel quale si incrociano storia della cultura, dell’arte, della letteratura contemporanea.

Il mio pretesto iniziale (un pre-testo a conti fatti) doveva essere Il mio doppio io, autobiografia (“biografia di uno pseudonimo, pseudobiografia”) di Jean “Moebius” Giraud.



Ora, poco prima del compimento del 74esimo anno d’età, Jean Giraud è morto chiudendo una delle esperienze più straordinarie della storia mondiale dell’illustrazione e del fumetto del ‘900.

Spiegare Moebius non ha senso, l’unica introduzione che si può fare alla sua opera, forse, è quella di definirne l’autore per ciò che era: un creatore di mondi, un’influenza profonda e pesante su tanta parte del fumetto europeo e mondiale (mi vengono in mente soprattutto le storie di Esp, di Michelangelo la Neve, oppure la fantascienza atipica di Enki Bilal, ma anche alcune parti de X'ed out, ultima opera di Charles Burns).

Moebius, autoritratto
Il mio doppio io (l’edizione italiana in mio possesso, datata 1999, è di Derive e Approdi) è un’autobiografia senza date (“Non mi piace la gente che ricorda troppo bene le date. I ricordi messi in scala, come la memoria, per me non sono davvero mai al loro posto”).

Procede per frammenti più o meno lunghi, riordinati in modo non del tutto lineare, ma abbastanza da costruire una progressione per tappe fondamentali (anche se alcuni eventi sono ricorsivi).

Jean Giraud visse la sua vita all’insegna della scissione, siglata e ricomposta fin dalla scelta dello pseudonimo (che per la verità fu una seconda scelta dopo il più tradizionale “Gir” mantenuto durante la pubblicazione di Blueberry, una delle sue opere più celebri). Il nastro di Möbius è la celeberrima figura chiave delle geometrie non euclidee, nella quale la torsione di un’estremità crea da una figura a due facce una figura a faccia unica, il cui andamento rimanda al simbolo matematico per l’infinito.

Nella sua autobiografia Giraud ripercorre un passato denso di avvenimenti: l’infanzia vissuta nel pieno della II guerra mondiale, il divorzio dei genitori, l’amore per il fumetto e per la cultura popolare dell’epoca (il western, la fantascienza) le trasformazioni della periferia parigina dagli anni di Doisneaus a quelli della Nouvelle Vague, l’interruzione degli studi, i vagabondaggi, il Messico iniziatico, l’Algeria, il ’68, gli anni di Métal Hurlant e dell’influenza del fumetto underground americano e così via fino ai tentativi di stabilizzarsi in un’esistenza comune, l’incontro con Jodorowsky e la scoperta di una dimensione mistica così evidente già nelle splendide pagine mute di Arzach.

È una storia che merita di essere letta. È ciò che l’uomo lascia assieme alle sue opere e al ricordo dei tanti che l’hanno ammirato.

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2 commenti:

  1. Bello. Grazie come sempre. Ma si trova in commercio "il mio doppio io?"

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  2. Il sito di Derive e Approdi lo segnala come in catalogo, non so se nelle librerie si trova senza ordinazione (io lo presi al libraccio da melbook un po' di anni fa).

    G.

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